Valle d'Itria: tre giorni tra i trulli al passo dell'olivo
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Valle d'Itria: tre giorni tra i trulli al passo dell'olivo

Da Locorotondo a Cisternino, passando per Ostuni e Martina Franca. Un altopiano pugliese ritrovato fuori dai mesi affollati, dove il bianco delle case è ancora una scelta architettonica e non una cartolina.

Redazione OtiumWeek· Otium Editor· 1 maggio 20265 min di lettura

Un altopiano fatto di pietre bianche e silenzio

La Valle d'Itria è una delle invenzioni geografiche più felici d'Italia. Non è propriamente una valle, ma un altopiano carsico tra Bari e Brindisi, leggermente depresso al centro, attraversato da chilometri di muretti a secco che disegnano sulla campagna una rete geometrica visibile dall'aereo. Su questo tessuto di confini bassi sorgono cinque comuni storici — Locorotondo, Cisternino, Martina Franca, Alberobello, Ostuni — che si guardano da una collina all'altra come amici che non si parlano da tempo ma sanno l'uno dell'altro.

Visitarli in tre giorni non significa correre: significa imporre al viaggio il ritmo che la geografia stessa propone, fatto di brevi tratti in auto tra un comune e l'altro, lunghe pause nelle piazze, oliveti percorsi a piedi quando il sole non picchia. Fuori dai mesi di luglio e agosto — quando l'afflusso si concentra sulle coste e nei trulli più scenografici di Alberobello — la valle ritrova una scala umana sorprendente.

Locorotondo: il cerchio bianco

Il nome dice tutto. Locorotondo è un piccolo borgo medievale costruito su una collina dolce, le strade disposte secondo una pianta circolare concentrica che si svolge intorno alla chiesa madre di San Giorgio. Camminando, ci si accorge che ogni vicolo riporta sempre, prima o poi, alla stessa direzione: il centro. Questa circolarità — rara nei borghi pugliesi — produce un effetto di disorientamento gentile. Non ti perdi mai davvero, ma non sai mai esattamente dove sei.

Il bianco delle case di Locorotondo è il bianco della calce, applicata storicamente ogni primavera per ragioni igieniche e termiche. Le facciate sono lisce, pulite, interrotte solo da gerani rossi e da insegne di ferro battuto. Le coperture, invece, hanno una particolarità che le distingue dal resto della valle: le cummerse, tetti spioventi a doppia falda con tegole locali a cuneo. È un'eredità medievale che a Locorotondo si è conservata mentre altrove è stata sostituita da terrazze piane.

Il consiglio per la prima sera in valle: arrivare a Locorotondo verso le sei del pomeriggio, prendere un aperitivo nelle terrazze di via Cisternino (lo sguardo si apre sui vigneti che scendono verso Cisternino e Martina Franca) e cenare in una delle trattorie del centro storico. La cucina locorotondese è asciutta, povera nel senso nobile del termine: orecchiette con cime di rapa, fave e cicoria, capocollo di Martina.

Cisternino: la sosta delle braci

A pochi chilometri da Locorotondo, su una collina vicina, sta Cisternino. È più piccolo del cugino, meno fotografato, ma ha una caratteristica che lo distingue in tutta la valle: la tradizione dei macellai-rosticcerie. Sul corso principale, una mezza dozzina di macellerie storiche aprono la sera come piccoli ristoranti improvvisati. Si entra, si sceglie la carne dal bancone — bombette di capocollo, salsicce, gnumeredd di interiora — e l'attesa al tavolo coincide con la cottura sulle braci.

L'esperienza è insieme rurale e raffinata. Rurale per la materia prima, raffinata per la precisione del gesto: la carne è di provenienza locale, la cottura è alla perfezione, il pane è quello di Altamura, il vino è il negroamaro o il primitivo della valle. Una cena costa una frazione di quello che si pagherebbe in un ristorante d'autore, ma il ricordo che lascia è altrettanto preciso.

Dopo cena, la passeggiata serale lungo le mura di Cisternino offre una delle viste più dolci di tutta la Puglia: gli oliveti scendono verso la valle, le luci di Locorotondo brillano in lontananza, e nelle giornate limpide si intravede, oltre l'orizzonte, la linea sottile del mare adriatico.

Alberobello: il problema della fama

Alberobello è il centro più conosciuto della valle, e il suo Rione Monti — più di mille trulli concentrati su un solo pendio — è iscritto nel patrimonio UNESCO dal 1996. Non si può non visitarlo, ma bisogna sapere che cosa aspettarsi. Nelle ore di punta, da maggio a settembre, il Rione si trasforma in un flusso di visitatori che riempie ogni vicolo. Le foto migliori si fanno solo all'alba.

La strategia per goderlo davvero: dormire in un trullo nel rione (esistono diverse soluzioni di hotel diffuso a partire da prezzi ragionevoli fuori stagione), uscire alle prime luci per attraversare il Rione svuotato, fare colazione in una delle pasticcerie di piazza del Popolo, e poi spostarsi nei centri minori. Il pomeriggio, riservarlo al Trullo Sovrano (l'unico a due piani) o al Museo del Territorio, prima del rientro serale dei flussi.

Ostuni: il gradino bianco sul mare

A ovest della valle, sul confine con il territorio brindisino, si erge Ostuni. La "città bianca" non è un soprannome turistico ma una descrizione tecnica: il borgo storico, costruito su un colle a pianta acropolitana, è interamente verniciato di calce. Le mura, le case, le scale, i comignoli, perfino i pavimenti di alcune corti: tutto è bianco. Il risultato, visto dalla strada provinciale che sale dalla pianura, è un effetto ottico che cambia colore a seconda dell'ora: rosato all'alba, accecante a mezzogiorno, dorato al tramonto.

A piedi, Ostuni si scopre dall'alto verso il basso. La cattedrale romanica, in cima al colle, è il punto di partenza naturale. Da lì si scende per via Cattedrale e via della Ricciotti fino alle mura, in un percorso a spirale che attraversa il centro storico. Ogni angolo offre uno scorcio: una scaletta laterale che si apre su un giardino di limoni, una porta dipinta di azzurro, una corte interna con le sedie in plastica del bar di quartiere.

Il consiglio: pernottare a Ostuni una notte, non più. La città è bella ma piccola, e il vero respiro della valle è altrove.

Quando, come, con quale spirito

I mesi giusti sono aprile, maggio, giugno; oppure settembre e ottobre. In luglio e agosto la valle è satura, e i piccoli ristoranti diventano difficili da prenotare. In inverno, da novembre a marzo, alcune attività chiudono ma chi resta aperto offre l'esperienza più autentica.

L'auto è obbligatoria. Le distanze tra i comuni sono brevi (15-20 minuti l'uno dall'altro) ma la rete ferroviaria locale, pur esistente (la Sud-Est), è poco frequente. Considerare una macchina piccola, perché i centri storici sono pedonali e i parcheggi sono ai margini.

Lo spirito giusto per la Valle d'Itria è quello di chi ha rinunciato a "vedere tutto". Tre giorni di permanenza permettono di vivere a fondo due o tre borghi, non i cinque. Scegli i due che ti chiamano di più — Locorotondo e Cisternino se cerchi tradizione domestica, Ostuni e Alberobello se cerchi scenografia — e fermati.

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