
Civita di Bagnoregio: duemilacinquecento anni e sette centimetri all'anno
Gli etruschi la fondarono. Un terremoto del 1738 le portò via un terzo del paese. Bonaventura Tecchi nel 1900 le diede il nome che porta ancora oggi. Una guida storica e geologica al borgo italiano che si sgretola sotto i piedi dei visitatori.
Sette centimetri all'anno
Civita di Bagnoregio si sgretola al ritmo di sette centimetri all'anno. Non è una stima a occhio: il dato è misurato dal Museo Geologico e delle Frane che ha sede nel borgo stesso, dentro un palazzo rinascimentale. Significa che ogni decennio lo sperone di tufo che regge il paese perde settanta centimetri del proprio bordo. Una vita umana intera, e il bordo arretra di sei metri.
Detto in altri termini: il giorno in cui la prima pietra fu posata a Civita, lo sperone era largo molto, molto di più. Quando esattamente quel giorno sia successo, è una domanda alla quale si risponde con tre numeri: duemilacinquecento anni fa, etruschi, prima dei romani.
Gli etruschi sapevano già
A Civita ci si arriva oggi da un ponte pedonale di trecento metri. Per gli etruschi, che fondarono il borgo nel sesto secolo avanti Cristo, non era così. Lo sperone era collegato al resto della collina da una strada larga e percorribile a piedi e con i carri. La rete di sentieri etruschi che attraversava la Tuscia passava di qui — e i resti di quel mondo sono ancora visibili, in fondo al borgo, nella Grotta di San Bonaventura.
La grotta è oggi un piccolo luogo di culto cristiano dedicato al teologo francescano di Bagnoregio (il biografo ufficiale di San Francesco d'Assisi). Ma la sua origine è etrusca: era una tomba a camera scavata nel tufo, una delle tante di una necropoli ormai in larga parte crollata. Il passaggio dalla tomba pagana al culto cristiano è un fenomeno comune nell'Italia centrale: gli etruschi scelsero il tufo perché era facile da scavare, e duemila anni dopo i cristiani trovarono già pronti gli spazi del loro pellegrinaggio.
Il terremoto del 1738
La storia documentata di Civita conosce decine di crolli, ma uno è entrato nella memoria collettiva: il terremoto del giugno 1738. Fu un evento devastante per la Tuscia: secondo i registri dell'epoca, un terzo del borgo crollò nel vuoto, trascinando case, chiese, e una parte della rete viaria. La popolazione che fino a quel momento era in centinaia di unità iniziò a trasferirsi a valle, a Bagnoregio nuova.
È da quel momento che la geografia di Civita cambia natura. Non più borgo agricolo connesso al resto della collina, ma frammento isolato che la valle dei calanchi separa progressivamente dal mondo. Quando nel 1900 lo scrittore Bonaventura Tecchi descrive il paese in una pagina di prosa, lo definisce con tre parole che sarebbero rimaste: "la città che muore".
Tecchi non parla per metafora. Si riferisce a quel processo fisico — l'argilla sotto il tufo che si erode, lo sperone che si restringe — e all'esodo umano che ne consegue. Il nome è rimasto. È così che la guida turistica del 2025 chiama il borgo. Ma è una frase del Novecento, non una sentenza eterna.
Il Crocifisso del 1400 e la peste
Dentro la Chiesa di San Donato, sulla piazza centrale, c'è un Crocifisso ligneo del Quattrocento. Sopra il Cristo, scolpito nella stessa epoca, il volto del Padre. Sotto, le tracce di pellegrinaggi accumulate in mezzo millennio. Secondo la tradizione locale, quel Crocifisso intervenne nel 1499 durante l'epidemia di peste che colpì la Tuscia: gli abitanti lo portarono in processione attorno al borgo, e l'epidemia si fermò ai confini di Civita senza entrare.
Storicamente, la storia funziona così: la peste non colpì il borgo per ragioni che oggi attribuiremmo all'isolamento geografico — Civita era già allora un luogo difficile da raggiungere, con poche persone in transito. Per gli abitanti del 1499, però, fu un miracolo. E ogni anno, a settembre, si celebra ancora la Festa del Santissimo Crocifisso, una delle poche processioni storiche del borgo a essere sopravvissuta agli spopolamenti.
Tufo rosso, argilla crema
La geologia di Civita è scritta sui suoi fianchi. Chiunque arrivi dal ponte vede chiaramente due strati: sopra, una placca di tufo color rosso ruggine (origine vulcanica, depositata milioni di anni fa dalle eruzioni del distretto Vulsino); sotto, un letto di argille marine bianco-crema (origine sedimentaria, depositate quando questa zona era ancora fondale).
Il problema è meccanico. Il tufo è duro ma poroso: lascia passare l'acqua. L'argilla è impermeabile ma plastica: l'acqua la rende molle e la fa scivolare via. Risultato: ad ogni stagione di piogge, l'argilla sottostante si svuota di qualche millimetro, e la placca di tufo perde il supporto laterale. Quando lo strato di sostegno cede, intere porzioni del fianco precipitano.
Attorno al borgo, le formazioni a calanchi — quelle creste sottili e ondulate che disegnano la valle — sono il risultato visibile dello stesso processo, ripetuto su scala più grande. Sono belle perché sono ancora vive. Continuano a cambiare.
Cosa significa "morire" per un borgo
Civita non sta morendo come muore un essere vivente. Sta cambiando forma alla velocità della geologia, non della biologia. In termini umani, il borgo non scomparirà nelle prossime generazioni. A questo ritmo di erosione, lo sperone manterrà spazio sufficiente per le case esistenti per molti decenni — forse secoli, se gli interventi di consolidamento avviati negli ultimi vent'anni continueranno.
Ciò che invece sta cambiando, e in fretta, è la sua popolazione permanente. Oggi a Civita vivono una decina di persone tutto l'anno. Una decina. Negli anni Cinquanta erano centinaia. Le case sono state acquistate da residenti di seconde case, da artisti, e da pochissimi cittadini che ancora considerano questo posto la loro casa.
A questo, Bonaventura Tecchi non aveva pensato. La sua "città che muore" non si riferiva tanto allo sperone, quanto al fatto che le persone se ne stavano andando. E quella morte — sociale, demografica, antropologica — è la più reale. È quella che, per certi versi, riguarda interi paesi italiani oggi.
Come arrivarci
- Da Roma: 120 km via SR2 Cassia verso Viterbo, poi indicazioni per Bagnoregio
- Da Viterbo: 30 km
- Parcheggio: nei dintorni di Bagnoregio nuova
- Accesso al borgo: a piedi, tramite ponte pedonale (300 metri, in salita)
- Biglietto d'ingresso: 5 euro feriali, 8 euro festivi (gennaio 2026), una delle poche realtà italiane in cui il borgo intero è ticket-gated
- Museo Geologico e delle Frane: nel palazzo Alemanni, in piazza centrale — visita inclusa nel biglietto
- Cosa portare: scarpe comode (selciato medievale), acqua, e se possibile arrivare al mattino presto o al tramonto, quando la luce sul tufo e sulle argille rivela tutto
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