
Borghi che si sono rifiutati di morire: gli esperimenti italiani di ripopolamento, quelli riusciti e quelli no
Sambuca di Sicilia che vende case a un euro. Riace che ha ripopolato un paese in spopolamento accogliendo migranti. Bormida che paga le persone per trasferirsi. Santo Stefano di Sessanio trasformato in albergo diffuso dall'imprenditore di Sextantio. Cinque modelli diversi di rinascita per borghi italiani, raccontati senza enfasi turistica.
Cinquemila borghi, una sola domanda
L'Italia ha circa cinquemila comuni sotto i cinquemila abitanti. Di questi, quasi duemila sono sotto i mille. Molti sono in via di spopolamento progressivo — l'ISTAT calcola che nei prossimi vent'anni circa cinquecento borghi italiani potrebbero perdere l'autosufficienza demografica, con popolazioni ridotte a poche decine di persone, scuole chiuse, uffici postali ritirati, servizi sanitari accorpati ad altri comuni.
È un fenomeno noto da decenni e affrontato in modi diversi. Alcuni borghi hanno tentato esperimenti di ripopolamento che hanno fatto notizia. Altri hanno semplicemente accettato il declino. Pochissimi hanno trovato modelli replicabili.
Questa è una mappa di cinque casi italiani, scelti per la diversità delle strategie, non per il valore turistico del borgo. Alcuni hanno funzionato. Altri sono ancora in corso. Almeno uno è stato controverso.
1. Riace (Calabria) — Il modello dell'accoglienza
Riace è un paese di circa 1.800 residenti nella Locride, provincia di Reggio Calabria. Negli anni Novanta era in pieno spopolamento: la popolazione era scesa sotto i mille abitanti, gran parte dei giovani erano emigrati al Nord o all'estero, le case in centro storico erano vuote.
Nel 1998, un naufragio di profughi curdi sulla costa locrese ha cambiato la storia del paese. Il sindaco di allora — Domenico "Mimmo" Lucano, eletto poi formalmente nel 2004 — decise di ristrutturare le case abbandonate dagli emigrati con fondi pubblici e affittarle ai rifugiati a canone simbolico (un euro al giorno). I rifugiati portarono con sé bambini, che riempirono di nuovo la scuola elementare locale (che stava per chiudere). Aprirono botteghe artigiane, riattivarono lavorazioni tradizionali (tessitura, ceramica), introdussero coltivazioni che gli emigrati avevano abbandonato.
Il modello Riace fu studiato a livello internazionale: la rivista Fortune citò Lucano nella sua lista dei 50 leader globali; documentari, film, articoli accademici lo analizzarono come modello di rinascita demografica per le aree interne.
Poi è arrivata la magistratura. Nel 2018 Lucano fu sospeso dal ruolo di sindaco con accuse di abuso d'ufficio, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e altre. Le accuse riguardavano principalmente la gestione amministrativa dei fondi per l'accoglienza — non il modello in sé, ma le procedure burocratiche. Il caso è stato controverso, ha attraversato vari gradi di giudizio, è ancora aperto al 2026.
Cosa resta di Riace oggi: il modello dell'accoglienza-come-rinascita è studiato ma poco replicato. Riace stessa ha perso parte del suo slancio. Ma resta uno dei pochi casi italiani in cui il declino demografico è stato realmente, anche se temporaneamente, invertito.
2. Sambuca di Sicilia (Sicilia) — Le case a un euro
Sambuca di Sicilia è un comune di circa 5.500 abitanti nell'entroterra agrigentino, dichiarato "Borgo dei Borghi" RAI nel 2016. Bel centro storico arabo-normanno, vista sul Lago Arancio, vini eccellenti (Cellaro è una delle più importanti cantine sociali siciliane).
Nel 2019 il comune ha lanciato un'asta pubblica per case abbandonate del centro storico a partire da un prezzo base di un euro. La pubblicità internazionale fu enorme: la CNN ne parlò, il New York Times mandò un inviato, il Guardian fece un servizio dedicato. Le aste hanno effettivamente venduto decine di case, principalmente ad acquirenti stranieri — americani, inglesi, australiani, qualche europeo.
L'impegno richiesto all'acquirente: ristrutturare la casa entro tre anni, depositando una cauzione di 5.000 euro a garanzia. Gli investimenti dichiarati dagli acquirenti vanno dai 30.000 ai 100.000 euro per casa, con costi di lavori sproporzionati rispetto al prezzo iniziale.
Il modello "casa a un euro" è stato replicato in oltre venticinque comuni italiani dal 2017 al 2026: Mussomeli (anche Sicilia, fra le pioniere), Patrica (Lazio), Bivona, Salemi, Lecce nei Marsi (Abruzzo). I risultati sono diversi: in alcuni casi gli acquirenti stranieri sono diventati residenti effettivi, in altri le case acquistate restano seconde case, in altri ancora i lavori non sono mai partiti e le cauzioni sono state incamerate.
Limiti del modello: l'impatto sul ripopolamento è marginale (poche decine di residenti per comune). Funziona meglio come marketing territoriale che come strategia demografica.
3. Santo Stefano di Sessanio (Abruzzo) — L'albergo diffuso
Santo Stefano di Sessanio è un borgo a 1.250 metri di altezza nell'Appennino abruzzese, dentro il Parco Nazionale del Gran Sasso. Popolazione storica: 120 residenti circa. Nel 1999 un imprenditore svedese-italiano, Daniele Kihlgren, comprò diverse case abbandonate del borgo con un'idea precisa: trasformarle in stanze di un albergo "diffuso" che mantenesse intatto l'aspetto medievale del paese.
Le regole che Kihlgren si impose:
- Nessuna casa demolita, nessuna costruzione nuova
- Materiali originali (calce, pietra locale, ferro battuto)
- Niente piscine moderne, niente cemento armato visibile
- Mobilio d'epoca recuperato da case rurali abruzzesi
- Personale prevalentemente locale
Il progetto si chiama "Sextantio". Aprì nel 2005. Oggi ha una trentina di stanze sparse nel borgo — non concentrate in un unico edificio — e una ristorante, una cantina e una bottega. Prezzi: 250-450 euro a notte, niente di poco.
L'impatto su Santo Stefano: il borgo non ha aumentato significativamente la popolazione residente, ma il modello ha generato occupazione qualificata (cucinieri, camerieri, restauratori, falegnami) e ha rifondato l'economia locale intorno al turismo culturale. Le case del paese sono state in larga parte restaurate. Il borgo è stato salvato dall'abbandono. Non è un modello replicabile facilmente — richiede un investitore privato con visione e tempi lunghi — ma è uno dei pochi che ha generato risultati duraturi.
Nel 2017 Sextantio ha aperto un secondo albergo nei Sassi di Matera (Le Grotte della Civita), con la stessa filosofia.
4. Bormida (Liguria) — Pagare le persone
Bormida è un comune ligure di circa 390 abitanti in provincia di Savona, a un'ora da Genova. Nel 2017 il sindaco Daniele Galliano lanciò una proposta che fece notizia internazionale: 2.000 euro a chi si trasferisse a Bormida e prendesse la residenza, più canone d'affitto agevolato fra 50 e 120 euro al mese.
La proposta fu in realtà più complessa: era un programma con criteri (lavoro o capacità di lavoro dichiarata, impegno a restare per un periodo minimo) e non un'erogazione automatica. L'eco mediatica fu enorme: migliaia di candidature da tutto il mondo, articoli su BBC, Reuters, CNN.
Cosa è successo dopo: la Regione Liguria bloccò il bando, perché l'erogazione di soldi pubblici per la residenza non era amministrativamente conforme. Il Comune ridisegnò il programma in forme diverse — affitti agevolati, agevolazioni per chi avvia attività. Una decina di famiglie si sono effettivamente trasferite negli anni successivi. La popolazione di Bormida si è stabilizzata, ma non è cresciuta significativamente.
Limiti del modello "soldi per residenza": in Italia spesso si scontra con vincoli amministrativi pubblici. Inoltre, una somma una tantum non basta a compensare la mancanza di lavoro, servizi sanitari, scuole nelle aree interne.
5. PNRR Borghi (2022-2026) — Lo stato che investe
L'esperimento più ambizioso (e più grande) è in corso. Nel 2022 il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha destinato un miliardo di euro al "Piano Nazionale Borghi": un programma per il sostegno alla rinascita di 290 borghi italiani, 21 dei quali "borghi pilota" finanziati con 20 milioni di euro ciascuno per progetti integrati (cultura, turismo, servizi, attrazione di residenti).
I 21 borghi pilota (uno per regione) sono stati scelti dalle Regioni con criteri di degrado e potenzialità di rilancio. Tra loro: Trivento (Molise), Castel del Monte (Abruzzo), Sant'Angelo a Fasanella (Campania), Tursi (Basilicata), Calascibetta (Sicilia), Fonni (Sardegna). I lavori sono in corso, con conclusione prevista per giugno 2026.
Cosa cambia: i progetti includono restauro di palazzi storici, creazione di musei o centri culturali, infrastrutture digitali (banda larga), agevolazioni per imprese e start-up, programmi di accoglienza per nuovi residenti. È il primo intervento pubblico di portata sistematica sui borghi italiani. I risultati saranno valutabili dal 2027-2028.
Cosa hanno in comune (e cosa no)
Tutti i modelli condividono una premessa: il borgo deve avere qualcosa che vale la pena salvare — patrimonio architettonico, ambiente, identità culturale. Quando questo manca (e in molti dei comuni in spopolamento manca), nessuno strumento funziona.
Le differenze:
- Riace ha provato a importare residenti dall'estero (rifugiati)
- Sambuca ha provato a vendere patrimonio immobiliare a basso prezzo a stranieri
- Santo Stefano ha provato a monetizzare patrimonio culturale via turismo qualificato
- Bormida ha provato a pagare le persone per trasferirsi
- PNRR prova a finanziare infrastrutture per attrarre
Nessuno di questi modelli è universalmente replicabile. Tutti hanno avuto risultati parziali. Tutti hanno generato studi e attenzione mediatica.
L'unico denominatore comune è una scelta amministrativa coraggiosa: rifiutare il declino come inevitabile, e provare a fare qualcosa anche se piccolo. Per i borghi che ci hanno provato, l'effetto principale è stato quello di non sparire del tutto dalla mappa.
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